Southeast: i Big Three, superman Howard e Wall

Sarà per la latitudine, sarà perché le cose non stanno andando precisamente come ci si attendeva ad inizio stagione, sarà per tanti altri motivi, ma al momento nella Southeast il clima è caldo e non certo per l’esaltazione dei tifosi. Intendiamoci, stiamo pur sempre parlando di una division che ha al suo interno tre delle prime cinque squadre della Eastern Conference, nonché la squadra più attesa da tutto il mondo cestistico, a stelle e strisce e non, ovviamente i Miami Heat. Ad ogni modo, dicevamo, le cose non stanno certo andando come in molti avevano previsto: Miami non sta ammazzando la regular season, a causa di equilibri da trovare e di infortuni da gestire (a turno, chi più chi meno, i big three sono stati fuori), Orlando ha faticato e prima di Natale ha messo mano al roster, allestendo un trade corposa che sembra aver ridato nuovo slancio, Atlanta è sempre nel limbo delle ultime due stagione, a metà tra l’essere una squadra competitiva o una vera forza ad Est, mentre Washington sta coltivando giovani interessanti ma è in piena costruzione, certificata dalla partenza (dopo Butler e Jamison), anche dell’ultimo big, quel Gilbert Arenas che di fattoha dato il via al disfacimento di una squadra che, è bene ricordarlo, fino a due tre stagione fa era tra le emergenti ad est. Dunque non tutto è andato liscio come l’olio ed ecco allora le impressioni dopo aver scollinato metà stagione (un traguardo identificato con l’All Star Game), una specie di analisi su quanto successo in queste cinquanta partite giocate, con uno sguardo a quanto potrà accadere da qui alla fine della regular season.

ATLANTA HAWKS (30-18) Suo malgrado coinvolta nell’estate torrida dei free agent, Atlanta è stata subito tolta da ogni imbarazzo grazie alla rapida scelta di Joe Johnson, che ancora una volta, come successo al momento del passaggio dai Suns agli Hawks, ha optato per i soldi (tanti), che solo Atlanta poteva dargli. Scegliendo di restare in Georgia, Johnson di fatto ha deciso di rimanere nella mediocrità, accontentandosi di una squadra che, a meno di clamorose operazioni di mercato, è destinata a stagioni oneste con playoff sicuri e altrettanto sicure uscite al primo o al secondo turno. Al momento di scrivere infatti, Atlanta ha il quinto record ad Est, una posizione che la condannerebbe a playoff da giocare senza fattore campo e soprattutto contro una tra Orlando e Miami. Non proprio il massimo della vita. Questa prima metà di stagione non ha svelato niente di nuovo: Johnson è il leader tecnico della squadra, l’uomo dalle cui mani nasce l’attacco degli Hawks, il numero che Larry Drew chiama con più frequenza. Dietro all’ex giocatore di Phoenix e Boston, si staglia la figura di Jamal Crawford, sesto uomo di lusso, giocatore che non ha problemi a prendersi responsabilità nei momenti importanti, ma che ha già annunciato di voler esplorare il mercato questa estate, quando il suo contratto andrà in scadenza. Chi invece è stato blindato, oltre alla super star Johnson, è Al Horford: il lungo bi-campione NCAA coi Gators, nelle sue prime stagioni NBA si è dimostrato uno dei lunghi più solidi e duttili dell’intera Lega. Pur giocando da centro (non il suo ruolo), Horford ha fatto vedere di che pasta è fatto, migliorando dopo ogni estate, ampliando il suo bagaglio tecnico, in attesa di vedersi affiancare un centro in grado di liberarlo dall’incombenza di dover marcare giocatori ben più alti e pesanti di lui. A questo terzetto si deve aggiungere Josh Smith, il giocatore più poliedrico degli Hawks e, forse proprio per questo, anche il più richiesto dalle altre squadre. Smith, che con il passare delle stagioni sta diventando un giocatore più solido, non ha ancora fatto il vero salto di qualità, quello che permetterebbe a lui e ad Atlanta, di guardare con concretezza ai vertici della Eastern Conference. Il record di Atlanta (30-18), vuol già dire playoff sicuri, almeno in un Est annacquato, come da consuetudine negli ultimi anni, ma come detto in precedenza non ci sono ampi margini di crescita, considerando anche che Bibby è sempre più uno specialista del tiro e che Jeff Teague non sta dando dimostrazione di poter prendere la squadra in mano.

CHARLOTTE BOBCATS (20-27) Stagione dai due volti quella degli Charlotte Bobcats. La franchigia che può vantare come owner il giocatore più forte di tutti i tempi (MJ), non ha iniziato nel migliore dei modi l’annata (9-16), impantanata nei difficili rapporti tra quel genio assoluto di coach Larry Brown e alcuni dei suoi giocatori (Jackson, Augustin e Wallace su tutti). Le idiosincrasie in spogliatoio si sono fatte sentire sul campo, dove i Bobcats hanno stentato a trovare continuità di risultati, pur avendo un potenziale tutt’altro che disprezzabile. Il 22 dicembre His Airness ha deciso, consensualmente con Brown, di voltare pagina, dando una scossa all’ambiente mettendo in panchina Paul Silas, coach afroamericano, molto gradito ai giocatori che, sgravati dal peso dell’ingombrante personalità di Brown (e dalle sue richieste), sono finalmente tornati a giocare un basket a loro più congeniale, primo fra tutti D.J. Augustin. Il play proveniente da Texas sta salendo di colpi: non è e non sarà mai un gestore dei ritmi, ma è un grande interprete del p&r dove può andare dentro o sparare da tre punti. Più libertà anche per Jackson (non che con Brown non ne avesse), ed in generale una squadra più unita che dopo il 9-16 di inizio stagione, dal cambio di allenatore ad oggi ha compilato un record di 11 vinte e 7 perse, non certo il ruolino di marcia da contender, ma buono per riprendere l’ultimo posto utile per i playoff. Un ottavo posto che Charlotte dovrà difendere coi denti dal ritorno dei Bucks, anche se gli infortuni potrebbero giocare una parte importante da qui a fine stagione, visti i problemi fisici soprattutto dei lunghi (vedi Tyrus Thomas e Mohammed).

MIAMI HEAT (34-14) Giocare una stagione con tutti gli occhi addosso deve essere difficile, a tratti impossibile. E’ quello che sta capitando ai Miami Heat, la squadra più seguita e vivisezionata degli ultimi anni, grazie o a causa, della presenza dei Big Three e di LeBron James. A onor del vero nè James nè Miami hanno mantenuto un basso profilo. Il prescelto non ha dato prova di grande classe, annunciando la sua scelta in diretta nazionale dopo quasi un’ora di domande inutili e, soprattutto, senza aver nemmeno avvisato la dirigenza delle sua vecchia squadra (che ad occhio e croce non l’ha presa bene). Passata The Decision, arrivata dopo il si di Bosh e quello di Wade, Miami non ha perso tempo, allestendo una presentazione degna di uno concerto rock. Già in preseason l’attesa per vedere all’opera il trio delle meraviglie era spasmodica. I pochi video di spezzoni di allenamento in giro per la rete erano cliccatissimi, e raramente c’è stata tanta attesa per la prima partita di pre-season (se non proprio per la prima di LBJ su un campo NBA). Un’attesa che è diventata subito isterie di massa quando pochi minuti dopo la palla a due Wade è uscito zoppicante dal campo. Un infortunio (leggero ad onor del vero), che è sembrato quasi il preludio di un inizio di stagione che definire da incubo non è sbagliato: sconfitta netta a Boston, alla quale sono seguite quattro vittorie in fila che però non sono bastate a rendere più dolce un record che dopo un mese di stagione recitava 9 vinte e 8 perse. Una tragedia (alla quale si è aggiunto il serio infortunio ad Haslem), amplificata dalla grande attenzione dei media, che ovviamente hanno sguazzato come rinoceronti nel fango: il nome di Riley ha cominciato a girare con frequenza (anche oltre i limiti del buon gusto), e il giovane coach Spoelstra sembrava già avviato al primo esonero della sua giovanissima carriera, sensazioni corroborate anche da alcune dichiarazioni di king James, volente o nolente il fulcro di questi nuovi Heat, che appartengono ancora a Wade, ma che da ora in poi saranno anche la squadra di James. Nel momento peggiore per Miami, ecco arrivare la svolta, proprio nell’incontro più delicato, quello contro Cleveland, con il ritorno a casa del grande traditore. In un clima quasi surreale, James e gli Heat hanno spazzato via i Cavs e la scimmia che si era appollaiata sulla spalla dei giocatori di Miami: un +28 propiziato dalla prova monstre di James, che di fronte al suo ex pubblico (che non gli ha risparmiato niente), ha dato una dimostrazione di forza impressionante. Una vittoria che unita alle due precedenti su Washington e Detroit, ha lanciato gli Heat verso una striscia di 12 vittorie consecutive, un filotto interrotto dai Mavs (gli streak buster della NBA, ha detto Caron Butler), ma subito ripreso con altre nove W conquistate. 21 vinte su 22 partite giocate che hanno riportato gli Heat in cima alla Eastern Conference, ed il sorriso sui volti di Wade, James e Bosh, oltre che su quelli dei loro tifosi. Purtroppo però, la stagione degli Heat sembra senza pace: dopo il buon momento ecco tornare gli infortuni (fuori a turno Bosh, Wade e LBJ), e le incertezze di un attacco basato troppo sulle indubbie individualità a disposizione di Spoestra. Quattro sconfitte in fila, cinque nelle ultime otto uscite, l’addio quasi certo al primo posto ad Est ed anche il sorpasso in seconda posizione da parte dei Bulls, una situazione che ha dato di nuovo la stura alla stampa ed a chi (tanti), sono pronti a giudicare qualsiasi cosa succeda dalle parti di South Beach. Dove arriveranno questi Heat? Difficile dare un giudizio dopo 50 partite in cui Miami non è mai stata al completo: Mike Miller, quello che nei piani di Riley dovrebbe essere il quarto big (o quasi), è rientrato da poco e deve ancora trovare la condizione ideale. La staffetta nel ruolo di play tra Arroyo e Chalmers deve essere risolta al più presto, anche se al momento il portoricano sembra aver perso posizioni rispetto al collega più giovane. La difesa è già la migliore della Lega, quello che lascia perplessi è l’attacco: è vero che al completo le difese dovranno decidere quale dei tre big raddoppiare (le tendenze dicono che a rimaner libero sarà Bosh), ma per il momento l’attacco degli Heat è troppo prevedibile, con James e Wade a spartirsi i possessi, lasciando le briciole a Bosh e quello che avanza agli altri. Il contropiede e la transizione sono da stropicciarsi gli occhi, ma ai playoff si gioca molto di più a metà campo. L’obiettivo è il titolo, anche se a Miami hanno già messo le mani avanti parlando di progetto, ma è indubbio che qualsiasi risultato che non sia la finale NBA verrà bollato come un fallimento. Certo è difficile pensare di andare a vincere una serie contro Boston con il fattore campo a sfavore, ma attenzione a sottovalutare Miami, ricordando che già una volta Wade ha vinto il titolo giocando di fatto un isolamento dietro l’altro, cosa che Miami può fare ancora, ma questa volta suddividendo lo sforzo tra tre super star. Per chiudere, è giusto ricordare che a Miami giocano due possibili MVP stagionali. Non capita tutti i giorni.

ORLANDO MAGIC (31-18) Viva la rivoluzione! Con un occhio alla restaurazione. Deve essere questo, ad occhio e croce, quello che hanno pensato nella stanza dei bottoni degli Orlando Magic, quando hanno dato il via alla trade che ha riportato in Florida l’ex Turkoglu, oltre a Jason Richardson e Gilbert Arenas. A far le valigie verso Phoenix e Washington, Marcin Gortat, Vince Carter, Mickael Petrus e il contrattone di Rashard Lewis. Un movimento di mercato dalle tante sfaccettature, prima fra tutte la bocciatura dell’esperimento Carter e l’ammissione di colpevolezza per aver dato a Rashard Lewis un contratto decisamente spropositato per il valore e l’impatto sulla squadra del giocatore. Dunque Orlando ci riprova, inserendo nel motore quello che era il vero creatore di gioco dell’attacco di Stan Van Gundy, quel Turkoglu partito per divergenze d’opinioni con lo stesso coach e per un rapporto non proprio tutto rose e fiori con Dwight Howard. Un ritorno a “casa” che ad Orlando sperano possa rigenerare brother Hedo, passato dal gulag (dorato) di Toronto e dall’aria secca dell’Arizona senza lasciare il segno, se non in qualche locale notturno. A seguire il turco, sempre via Phoenix, è arrivato anche Jason Richardson, il vero colpo della trade natalizia, il giocatore che mancava ai Magic, una guardia con centimetri, atletismo e tiro da fuori, in grado di essere la vera seconda punta della squadra, quello che non poteva essere Pietrus per intenderci. Il terzo arrivo porta con se un nome importante, Gilbert Arenas, una serie di soprannomi simpatici, qualche colpo di testa di troppo fuori dal campo ed un contratto che fa il paio con quello di Lewis (nella NBA nessuno regala niente). Qual è quindi il nuovo assetto dei Magic? Diverso ma uguale. Uguale perché i principi dell’attacco sono sempre gli stessi: aprire il campo con il tiro da 3 punti e sfruttare la strapotenza fisica di Howard. Diverso perché con Turkoglu Orlando ha ritrovato il vero play occulto del suo attacco, l’uomo in grado di togliere dalle spalle di Nelson la pressione di dover costruire il gioco (aspetto nel quale Jameer non brilla), ma diverso anche perché la partenza di Lewis ha dato il via ad una staffetta nel ruolo di ala forte, diviso tra il muscolare Brandon Bass e il tiratore Anderson, con quest’ultimo che potrebbe diventare a sorpresa la prima opzione nel ruolo per SVG. Attenzione anche alla partenza di Marcin Gortat, giocatore dal contratto importante ma dal minutaggio limitato, che però era la polizza assicurativa per le tante (troppe) partite dove Howard incappava in problemi di falli. Senza il polacco non c’è di fatto un centro di ruolo dietro DH, un buco che può essere colmato da Bass durante la stagione regolare, ma che potrebbe diventare pesante ai playoff. A proposito di post season, al momento Orlando occupa il quinto posto ad Est, una posizione che in Florida vogliono migliorare, anche se Chicago sembra avere argomenti più convincenti. Dopo la trade il vento sembra cambiato per i Magic, che si apprestano a disputare una seconda parte di stagione sugli scudi, o almeno è quello che sperano dalle parti della Florida.

WASHINGTON WIZARD (13-35) A Washington hanno scelto il male minore. Un contratto pesante per un altro, ma un bagaglio extra cestistico decisamente diverso. Con la partenza di Arenas gli Wizard hanno definitivamente smantellato la versione capitolina dei big three: Jamison spedito all’ex corte di LBJ, Butler a Dallas (dove si è purtroppo infortunato) e Arenas a Orlando. Piazza pulita per dare la squadra totalmente in mano a John Wall, e ricostruzione avviata. Certo, il contratto di Lewis è pesante e non facilmente scaricabile, ma a Washington vogliono pensare al futuro, dare spazio ai giovani e sperare di pescare bene al prossimo draft. Oltre a John Wall, che non sarà rookie dell’anno a causa della presenza del ciclone Blake, a Washington si godono i voli di McGee, la fioritura di un talento come Young e l’atipicità di Blatche, un nucleo sul quale si può costruire bene: Young sta dimostrando di avere punti nelle mani, anche se la maturazione tecnica e mentale è ancora lontana dall’essere conclusa (clamorosa la differenza tra il rendimento casalingo e quello in trasferta). McGee ha qualità fisiche e atletiche di primissimo livello, ma in attacco siamo alle aste, anche se è uno stoppatore irreale oltre che il partner perfetto per le giocate aeree ispirate da Wall. Più complesso il discorso per Andrew Blatche: centimetri e stazza da centro, agilità da ala forte ed anima da esterno. Blatche ha tutto per essere un vero crack, atletismo, centimetri, talento, ora deve trovare una collocazione definitiva ma soprattutto una stabilità. Il maggior spazio derivante dal processo di ricostruzione avviato da Washington gli ha dato responsabilità e tiri, ma se in numeri sono aumentati, a calare sono state le percentuali, scese al minimo storico dalla stagione da matricola. Non è facile inquadrare questi Wizards, che comunque andranno dove li porterà il loro rookie meraviglia Wall, che sta già facendo vedere lampi di quello che potrebbe diventare (una macchina da triple doppie), con tutti i difetti che sono normali per un ragazzo uscito dopo un solo anno di università, come la selezione nelle conclusioni non proprio lucida ed una meccanica di tiro da rivedere. Per questa stagione non resta che godersi le sue cavalcate in campo aperto, le movenze di Young e il talento di Blatche, oltre che i voli sopra il ferro di McGee, per tutto il resto c’è tempo.

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